IL COACHING, UN BUON AMICO DELLA VOLONTÀ

Seconda parte

 

Creare consapevolezza e responsabilità è l’essenza di un buon coaching
(Sir John Whitmore)

 

Step n° 2, 3 e 4

Il secondo passo è quello dell’allargare le possibilità d’azione concepite dal cliente: è lo stadio della deliberazione. Qui si manifesta tutta l’abilità del coach nel promuovere la capacità del cliente di uscire dal suo percorso abituale di problem solving e nel fargli esplorare nuove vie di soluzione o, per lo meno, nuove alternative.

  • Se pensi ad altre situazioni, che conosci, simili alla tua, cosa ha funzionato in quelle?
  • Qual’è la conseguenza dell’alternativa A?”; “e di quella B?”;
  • A quali altre risorse potresti accedere? Di che tipo? Dove le rintracci?
  • Cosa potrebbe succedere se…?
  • Come puoi ottenere questo che ti manca?

La risposta a quest’ultima domanda spesso svela l’esigenza di fermare il processo sino ad allora seguito e di aprire un altro fronte di lavoro; lo stesso può succedere dopo aver esplorato più possibilità di soluzioni.

Si torna allora alla verifica sopra esposta: “quindi ora su che cosa vuoi lavorare?”.

Il primo risultato della sessione di coaching è per il cliente quello di scegliere un obiettivo SMART: sintetico, misurabile, attuale, realizzabile, tempificato. È dunque lo stadio della scelta, della decisione e dell’affermazione che il cliente fa contemporaneamente: dopo una sequenza di bivi e imbuti, egli arriva al vero e proprio obiettivo di sessione, che può naturalmente coincidere con quello iniziale, ma che – se non coincide – testimonia la massima focalizzazione possibile per dare concretezza (“voglio completare la mia tesi entro tre settimane”, “voglio risolvere il conflitto che c’è all’interno di quel reparto entro questa settimana”, “voglio preparare la presentazione al Board entro due giorni”) a quel che segue.

 

Step n° 5 e 6

Quel che segue è il piano d’azione. Qui forse sta la maggiore somiglianza con l’atto di volontà, nei suoi step di pianificazione, programmazione e direzione dell’esecuzione. Le domande poste dal coach diventano sempre più pratiche e ancorano nel tempo e nello spazio le azioni previste:

  • cosa devi fare per raggiungere il tuo traguardo?”;
  • in quali altri modi potresti?”;
  • qual’è l’azione più importante da fare questa settimana”;
  • su quali altre persone/gruppi influisce il tuo sforzo?
  • come ciò potrebbe esserti d’aiuto?”;
  • quali date ti senti di poter rispettare?”;
  • quanto tempo ci vuole?”;
  • quando inizi?”;
  • quanto lavorerai ogni giorno?”.

Capite da soli che siffatto approccio, se è validissimo per comportamenti e azioni, onde adattarsi a modifiche di stati d’animo e a cambiamenti in coscienza va sfumato; tra Volontà e Coaching, infatti, c’è solo affinità e dunque non sono del tutto sovrapponibili.

Nell’ambito del piano d’azione acquista particolare importanza l’attenzione alla eliminazione degli ostacoli. Si tratta di identificare le barriere che potrebbero impedire di portare a termine il piano d’azione con successo, per esempio: abilità mancanti, questioni riguardanti il potere, eccesso di ambizioni, budget inadeguati, individui, strutture, ruoli che si mettono di traverso e così via. Assagioli ne fa il punto 2) della pianificazione e lo chiama verifica di attuabilità, vale a dire il confronto tra il fattibile e l’irrealizzabile o il riscontro sull’adeguatezza dei tempi prefissati. Ribadisco che è sempre tramite domande che il cliente è portato a riflettere in merito e a elaborare efficaci contro-piani preventivi.

 

Step finale

L’ultimo step previsto dal modello di coaching che sto presentando è quello della sintesi della sessione, che è operata dal cliente. A lui viene chiesto di ripercorrere con parole sue la strategia da se stesso preparata col connesso piano d’azione e di ribadire le date precise per gli esiti del medesimo: è l’operazione finale per ribadire la responsabilizzazione del cliente e l’efficacia del lavoro svolto.

Metodologicamente vedete che il coach opera quasi esclusivamente tramite la sequenza domande –ascolto–domande: queste vengono a costituire una successione di stimoli i quali sollecitano, del cliente, il livello dal quale solo possono partire auto-input al cambiamento: quello mentale/progettuale superiore, tipico appunto della volontà. L’energia segue il pensiero…

E qui mi fermo, appunto perché era mia intenzione solo descrivere sinteticamente il percorso del coaching e non trasmetterne “l’anima”. Molto meglio può farlo il libro citato all’inizio, “Coaching” (io l’ho nella edizione Sperling & Kupfer del 2003), nel quale John Whitmore – scomparso nell’aprile del 2017 – così scrive al 15° capitolo dedicato a “coaching e ricerca di significato”: “molti anni fa mia moglie e io abbiamo scoperto con estremo interesse la profondità di pensiero e la grande capacità di intervento della psicosintesi, le cui teorie, da allora in poi, hanno permeato la mia attività di coach” (pagg. 175-176).

È anche per queste parole, e per la testimonianza che John Whitmore ne ha dato, che mi sento di affermare che il Coaching, così come l’ho conosciuto io, è un buon amico della Volontà.

 

Un ben più ampio e rigoroso approfondimento dei rapporti concettuali e operativi tra Psicosintesi e Coaching potete trovarlo nel saggio di Nuriel e Piero Righelli “Coaching e Psicosintesi: il Coaching Psicosintetico” – Edizione BCSmedia, Roma – 2012.